Lesbiche, bisessuali e transgender durante la Seconda Guerra Mondiale

Quando si pensa alle vittime LGBTQ+ della Seconda Guerra Mondiale e alle persecuzioni che hanno subito, l’attenzione si concentra spesso sugli uomini omosessuali, in particolare sui deportati nei campi di concentramento. Tuttavia, le esperienze delle donne lesbiche, bisessuali e transgender sono rimaste ancor di più nel buio, vittime di un duplice silenzio: quello legato all fatto di appartenere al genere femminile e quello legato all’identità sessuale o di genere. (Puoi leggere anche gli altri articoli che ho scritto legati al tema delle vittime LGBTQ+ durante la Seconda Guerra Mondiale.) In questo articolo voglio esplorare le loro storie, le sfide che hanno affrontato e il loro ruolo in un periodo storico segnato dalla guerra e dalla repressione.
Donne bisessuali, omosessuali e transgender durante il nazi-fascismo
Durante i regimi nazi-fascisti, l’omosessualità femminile non fu perseguitata con la stessa sistematica brutalità di quella maschile. In Germania, ad esempio, il famigerato Paragrafo 175 puniva esclusivamente gli atti omosessuali tra uomini. Le donne lesbiche, pur non essendo direttamente incluse nella legislazione, non erano di certo immuni dalla severa repressione.
Il regime nazista mirava a costruire un ideale di donna incentrato sulla maternità e sulla fedeltà al Volksgemeinschaft, ovvero alla comunità nazionale. Le donne che non si conformavano a questo stereotipo (magari rifiutando la maternità e il matrimonio), erano per la maggior parte delle volte, viste come persone deviate o addirittura pericolose per l’ordina sociale. Sebbene non venissero deportate esclusivamente in base al loro orientamento sessuale, molte di loro finirono lo stesso nei campi di concentramento con l’accusa di essere asociali, comuniste o prostitute e venivano contraddistinte con un triangolo nero cucito sull’abito.
In Italia, durante il regime fascista (1922-1943), il controllo sociale e la repressione dell’identità individuale raggiunsero livelli senza precedenti. Mentre l’attenzione del regime si concentrava prevalentemente sugli uomini, le donne LGBTQ+ affrontarono una forma diversa di marginalizzazione e controllo. Erano quasi invisibili agli occhi delle autorità, spesso erano relegate a un non-problema, proprio perché l’ideologia fascista non le considerava esistenti! Il regime riteneva che le donne non avessero un desiderio sessuale autonomo: il loro ruolo era esclusivamente legato alla procreazione. Le donne erano costrette a un ruolo preciso e rigido: dovevano essere mogli, madri e custodi del focolare domestico, funzionali alla crescita demografica e al rafforzamento della nazione. L’autonomia femminile, sia economica che sessuale, veniva vista come una minaccia a questo modello. Le donne che rifiutavano di sposarsi o che non si conformavano ai ruoli tradizionali di genere imposti, erano sospette di devianza. La loro invisibilità ufficiale, offriva in alcuni casi, una parziale protezione, ma comportava anche un isolamento culturale e sociale. Benché raramente perseguitata in modo diretto, l’omosessualità femminile, era considerata un problema sociale e morale che doveva essere affrontato con misure rieducative come il matrimonio forzato, l’internamento in istituzioni religiose o più raramente il confino.
L’ideologia fascista enfatizzava una mascolinità aggressiva e una femminilità tradizionale, e non c’era spazio per chi non rientrava in questa dicotomia.
Le donne sospettate di omosessualità, bisessualità o diversa identità di genere, venivano spesso sorvegliate dalla polizia locale, annotate nei registri con descrizioni offensive e sottoposte a interrogatori umilianti. La loro stessa famiglia, spinta dal clima sociale e ideologico dell’epoca, contribuiva spesso all’isolamento e alla repressione.
La vita nascosta delle donne LGBTQ+
Vivere durante il fascismo significava adattarsi a una società che non riconosceva la loro esistenza. Nel quotidiano, dovevano muoversi con estrema cautela. Le relazioni erano spesso nascoste dietro la maschera dell’amicizia intima, una dinamica che poteva passare inosservata in una società abituata a vedere donne che trascorrevano molto tempo insieme. Tuttavia, ogni gesto o parola percepita come sospetta poteva portare a pettegolezzi, ostracismo o , nei casi peggiori, intervento delle autorità.
Le città offrivano qualche spazio di anonimato in più rispetto ai piccoli centri, dove il controllo sociale era più stretto. Nelle grandi città come Roma, Milano o Napoli, alcune donne riuscivano a creare piccole reti di amicizie basate sulla fiducia reciproca. Tuttavia, la mancanza di una comunità strutturata o di luoghi di ritrovo sicuri limitava fortemente le possibilità di vivere apertamente la propria sessualità.
Nei contesti rurali, la situazione era ancora più complicata: la pressione sociale e religiosa era più forte, e la possibilità di condurre una vita autonoma erano praticamente nulle. Il matrimonio diventava spesso una prigione obbligata per molte donne, che si trovavano costrette a vivere con uomini che non amavano, spesso in situazioni di abuso fisico o psicologico.
Una resistenza silenziosa
Nonostante le difficoltà, alcune donne riuscirono a costruire spazi di libertà personale. Attraverso lettere, poesie o diari, cercavano di esprimere i loro sentimenti o documentare le loro esperienze. Anche se questi scritti sono in gran parte andati perduti, alcune testimonianze sono emerse, rivelando la profondità delle loro emozioni e la forza del loro desiderio di autenticità.
In alcuni casi, le donne transgender trovavano un certo grado di accettazione nei circoli teatrali, artistici o di intrattenimento, dove l’espressione di genere poteva essere tollerata, almeno cento i limiti della performance. Tuttavia, questa tolleranza era spesso condizionata e non si estendeva alla loro vita privata.
La solidarietà tra donne giocava un ruolo fondamentale. Le amicizie profonde diventavano una rete di supporto, permettendo a molte di trovare conforto e sostegno reciproco. Queste relazioni, anche se spesso nascoste, rappresentavano un atto di resistenza contro un regime che cercava di annullare ogni forma di indipendenza femminile.
Le relazioni romantiche o sessuali tra donne erano talvolta tollerate fintanto che rimanevano invisibili e non mettevano in discussione l’ordine patriarcale. Tuttavia, ogni trasgressione evidente dalle norme di genere, rischiava di attirare l’attenzione delle autorità.
Le storie dimenticate
Le testimonianze delle donne lesbiche italiane durante il fascismo sono estrememente scarse, in parte perché le loro esperienze furono spesso ignorate o sminuite. La cultura del silenzio e il tabù sull’omosessualità femminile e l’identità di genere hanno contribuito a cancellare molte storie di vita.
Tuttavia alcune figure emergono come esempi di resilienza e indipendenza. Ad esempio, Paola Masino, una scrittrice e intellettuale italiana, che rifiuta il ruolo tradizionale assegnato alle donne, sfidando apertamente il regime attraverso la sua scrittura. Sebbene non vi siano prove definitive del suo orientamento sessuale, la sua opera esplora temi di autonomia e ribellione femminile che risuonavano con le esperienze delle donne lesbiche dell’epoca.
Dopo il fascismo: continua il silenzio
Con la caduta del fascismo e la fine della Seconda Guerra Mondiale, le donne LGBTQ+ italiane continuarono a vivere in una società che non riconosceva la loro esistenza. Per decenni, il dibattito pubblico rimase focalizzato quasi esclusivamente sull’omosessualità degli uomini, confinando le donne ai margini della narrazione storica.
Le esperienze delle donne bisessuali, lesbiche e transgender durante il fascismo ci ricordano quando sia stato difficile vivere autenticamente in un’epoca che negava loro ogni riconoscimento. Tuttavia, la loro capacità di resistere e di cercare spazi di libertà, per quanto limitati, è un esempio di resilienza straordinaria.
Condividere queste storie dimenticare ci aiuta a comprendere l’importanza di una società che accolga tutte le identità. Se questo tema ti ha colpito, lascia un commento con le tue riflessioni o condividi l’articolo per far conoscere queste vicende.
Un abbraccio. Noah
(Puoi leggere anche gli altri articoli che ho scritto legati al tema delle vittime LGBTQ+ durante la Seconda Guerra Mondiale.)
Scopri di più da Da zero a Noah
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.